
7 tecniche di tortura moderne ancora praticate in questi Paesi

Le prime settimane in cui iniziarono a trapelare i dettagli relativi alla morte di Giulio Regeni, abbiamo fatto i conti con un racconto straziante. Un nostro connazionale era stato torturato a morte in Egitto per ottenere delle informazioni. Ci sono tante cose che non si conoscono ancora di questa storia brutale, ma le tecniche di tortura usate, quello sì – per esempio le scosse elettriche. Si tratta di qualcosa di lontano dalla nostra vita di tutti i giorni, ma è bene conoscere che esistono molti luoghi al mondo in cui queste tecniche di tortura sono praticate e anche avallate dai governi.
Accade anche in molti Paesi occidentali, ma per lo più accade laddove i diritti umani fondamentali sono a stento garantiti – o addirittura per niente. È spaventoso, lo comprendiamo e ancor più capiamo la posizione di associazioni o organizzazioni come Amnesty International che si battono contro questo stato di cose. Abbiamo raccolto alcune delle tecniche di tortura moderne più diffuse e le abbiamo raccontate in questa gallery. Sono escluse quelle che rappresentano un unicum per determinati Paesi. Come il bastinado per esempio, che è una verga con cui vengono colpite le piante dei piedi dei prigionieri nelle prigioni turche.
La Cia ha un vero e proprio manuale per le torture, in vigore quindi negli Stati Uniti – che prende il nome di Kubark, come riporta SocialUp. Si tratta di tecniche basate sulle torture medievali. Per 126 pagine, si imperversa nell’orrore: tutto è finalizzato a estorcere confessioni, ma una domanda è d’obbligo in questi casi. E se le persone confessano cose che non hanno commesso solo per far cessare su di sé la terribile tortura? Nella gallery ci sono le principali torture contenute in Kubark, che è stato messo fuori legge solo nel 2007.
Come ha reso noto Amnesty International nel suo report annuale, nel 2020 si è avuta una riduzione sostanziale dell’uso della pena di morte, anche per via della pandemia che ha diminuito le esecuzioni; in generale, queste ultime sono diminuite del 26% rispetto al dato totale del 2019, registrando così il valore più basso da dieci anni a questa parte e confermando il trend della riduzione che va avanti dal 2015.
È diminuito anche il numero dei Paesi che hanno eseguito condanne a morte (18), mentre le esecuzioni sono diminuite soprattutto in Iraq e Arabia Saudita, mentre a bilanciare i dati c’è stata l’impennata registrata negli Stati Uniti con le ultime condanne dell’era Trump, 10 in cinque mesi e mezzo dopo la ripresa a livello federale a luglio, dopo 17 anni.
Ci sono stati anche altri Paesi in cui le condanne a morte non si sono rallentate, come l’Egitto, che ha più che triplicato il proprio valore annuale, mentre in India, Oman, Qatar e Taiwan sono ripresi gli “omicidi di stato”.
Per quanto riguarda l’Italia, solo nell’estate del 2017 è stato introdotto nel codice penale il reato di tortura, e un articolo del Corriere della Sera cita delle storie che hanno sollevato l’opinione pubblica: le vicende della scuola Diaz durante il G8 di Genova e i casi tragici di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e Aldo Bianzino, tre persone morte in carcere o durante azioni di polizia. E si potrebbe continuare con altri casi di cronaca che hanno diviso l’opinione pubblica in due fazioni contrastanti: per alcuni le forze dell’ordine possono tutto e agiscono sicuramente per il meglio, per altri ci sono dei confini che non devono essere valicati e chi sbaglia deve pagare.
Ricordare quanti paesi pratichino ancora la tortura, nonostante il 10 dicembre 1984, l’Assemblea generale dell’Onu abbia ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, è ancora, estremamente importante, soprattutto alla luce della data del 26 giugno, Giornata mondiale contro la tortura.
L’isolamento è una delle tecniche di tortura più diffuse anche perché economica da mettere in pratica: basta una stanza in cui tenere isolato il prigioniero. In isolamento si perde la cognizione del tempo e si sviluppano problematiche psicologiche legate alla solitudine, come allucinazioni e superstizione.
Anche la privazione del sonno agisce sulla psiche, perché il sonno è come il tasto reset dell’organismo e in particolare del cervello. Privare qualcuno del sonno equivale a spingerlo verso la psicosi. Il prigioniero viene fatto dormire dopo un periodo di privazione del sonno e poi interrogato, in modo che spiattelli qualunque cosa per paura di essere privato nuovamente del sonno. Anche il Kgb e quindi la Russia hanno fatto ricorso a questa tecnica.
È un isolamento all’ennesima potenza. Il prigioniero non è solo isolato in una stanza, ma questa stanza è buia e senza nessuno stimolo visivo, uditivo o olfattivo. Si perde chiaramente la cognizione del tempo, tanto che poche ore in questo stato sono l’equivalente di anni di prigionia.
Viene adoperata in molti Paesi del mondo, come l’India, l’Iraq ma anche nei Paesi occidentali. E vi si ricorre sia con uomini sia con donne: possono essere solo minacce o vere e proprie violenze.
In Cina è una tecnica diffusa con vari metodi, come far bagnare il prigioniero e rinchiuderlo in cella oppure costringerlo a camminare nudo della neve – come si vede nel film The Hateful Eight, che però è ambientato da tutt’altra parte e in tutt’altra epoca.
Per minacciare un prigioniero si ricorre alle sue paure, come per esempio la paura del buio o dei ragni, di alcuni animali o dei luoghi chiusi, eccetera.
È una specie di affogamento. Non è necessariamente reale, ma la persona che vi è sottoposta pensa che lo sia. Succede infatti che questa persona viene posta su un piano inclinato con la testa più in basso del busto e sulla faccia viene messo un panno o del cellophane. Su esso vengono fatte scorrere secchiate d’acqua, dando così l’idea dell’affogamento.
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