Harem: 6 testimonianze di donne dal passato (e anche dal presente)
Luoghi che ricordano i racconti da Mille e una Notte, in realtà sono esistiti ed esistono ancora oggi. Cos'è un harem, e com'è la vita delle donne al suo interno?
Luoghi che ricordano i racconti da Mille e una Notte, in realtà sono esistiti ed esistono ancora oggi. Cos'è un harem, e com'è la vita delle donne al suo interno?
Gli harem sono una realtà del mondo arabo, la cui verità non è ancora molto chiara nel mondo occidentale. Per l’immaginario collettivo si stratta di case nelle quali un uomo vive con molteplici mogli che soddisfano i suoi desideri sessuali e si comportano da schiave. Scopriamo meglio questo mondo complesso attraverso le testimonianze di donne che hanno vissuto in un harem.
La parola harem deriva dal termine haram, che in arabo significa “ciò che è proibito”. Questo termine viene contrapposto ad halal, ossia “ciò che è consentito”: questa scritta la vediamo ad esempio sugli alimenti importati o esportati con il mondo arabo, che rappresentano appunto il cibo permesso. L’harem è letteralmente un “luogo sacro e proibito” regolato da divieti, e rappresenta la parte della casa destinata alle donne e ai figli.
Gli harem esistenti ancora oggi sono di tipo domestico, una casa nella quale vivono una o più coppie monogamiche o poligamiche, insieme alle proprie famiglie, e con eventuali serve e altri famigliari. Le donne vivono segregate e condividono tutto, dai pasti alle faccende domestiche, alle attività: l’individualità e la privacy non sono contemplati all’interno delle case. I divieti, chiamati hudud, riguardano diversi aspetti della vita e del comportamento delle donne all’interno dell’harem.
Non possono uscire, se non con il permesso di uno degli uomini, solitamente del marito o padre, e hanno l’obbligo di indossare il velo al di fuori dell’harem. Inoltre, gli spazi della casa sono divisi: quelli pubblici occupati esclusivamente dagli uomini, e quelli privati in cui devono stare le donne. Gli altri obblighi e specialmente divieti che le donne dell’harem devono rispettare corrispondono al codice di comportamento culturale e religioso.
Gli harem nascono già con la prima dinastia dell’Islam conosciuta come epoca omayyade a metà del 600 d.C. Da allora si sviluppano gli harem di tipo imperiale, decaduti nel 1909, e più avanti di tipo domestico, che dura ancora oggi.
I primi harem imperiali erano dell’Impero Turco Ottomano, nei quali gli imperatori e gli uomini facoltosi tenevano le loro mogli con le famiglie. La particolarità, che ancora oggi è usanza in alcuni Paesi, era l’utilizzo di eunuchi, dapprima bianchi poi sostituiti dagli schiavi neri, che venivano castrati in modo che potessero vegliare sulla porta dell’harem senza poter avere rapporti con le donne. Queste non potevano mai uscire, e nell’harem potevano entrare solo uomini con legami di parentela con le donne al suo interno.
Gli harem sono esistiti in molte culture del passato: gli antichi greci li chiamavano ginecei. La donna passava direttamente dalla tutela del padre a quella del marito, che poteva avere diverse concubine schiave. La moglie faceva i lavori di casa o dirigeva le serve e accudiva i figli. Le concubine del mondo greco erano donne colte ed educate, che accompagnavano gli uomini non solo negli incontri sessuali, ma erano una compagnia intellettuale in banchetti e cerimonie.
Uno degli harem più noti è quello del Topkapi a Istanbul, che oggi è diventato un museo visitabile. Utilizzato fino a un secolo fa dal sultano, si è sviluppato durante il regno di Solimano il Magnifico, nella metà del 1500. I sultani, a differenza di oggi, non sposavano nessuna delle donne dell’harem, che erano schiave non musulmane, e sceglievano l’erede tra i figli della favorita.
L’harem di Topkapi diventò il fulcro del potere dell’impero, poiché, verso la fine del regno di Solimano, che ruppe le regole e creò conflitti sposando la sua concubina favorita, si creò il “sultanato delle donne“. I sultani erano figure poco carismatiche, e il potere risiedeva in realtà nelle mani delle madri, chiamate Valide Sultan.
L’unico harem imperiale di cui abbiamo oggi testimonianza visiva è quello dello Scià di Persia Nasser al-Din Shah Qajar. Governò fino al 1896, e grazie alla sua passione per la fotografia, abbiamo oggi a disposizione ritratti suoi e delle sue mogli nell’harem. Aveva nominato fotografo di corte il russo Anton Sevryugin, ma le foto alle donne le faceva solo lo Scià. Le sue donne destano curiosità, perché non rappresentano il canone di bellezza di oggi, e indossano delle particolari gonne corte, simili a dei tutù.
Nati in concomitanza con quelli imperiali, e che continuano ad esistere ancora oggi, sono gli harem domestici. Già descritti in precedenza, sono costituiti dalle famiglie di uno o più uomini, spesso parenti. Sono lo spazio della casa dedicato alle donne, ai figli e a eventuali servi. Sono regolati da divieti e obblighi inviolabili, e, dato l’onere economico che rappresentano, gli harem regolari esistono solamente tra le persone più agiate.
Gli harem nascono grazie all’istituzione della poligamia, che permetteva a un uomo di avere più donne. Come scrive chiaramente Fatema Mernissi nelle sue opere, e riportato su La macchina sognante, la religione musulmana e il Corano si basano sulla parità dei sessi, non rispettata invece dalla legge islamica, che esclude il pluralismo e per la quale la donna è ritenuta l’estraneo, l’altro.
La poligamia nel mondo arabo non è intesa come la possibilità di uomo di sposare tutte le donne che vuole, ma si rifà a delle regole. L’uomo può infatti avere fino a un massimo di 5 mogli, con cui unirsi in matrimonio, che deve mantenere con regali, attenzione e gioielli, e si tratta pertanto di un privilegio per i più abbienti che possono permettersi di mantenere più famiglie. Inoltre, ogni moglie deve avere la propria casa. La prima moglie e il primo matrimonio sono considerati comunque più importanti.
Di conseguenza, l’harem non deriva dalla religione, ma dalla concezione islamica della donna come oggetto di tentazione. Capace di attrarre irrimediabilmente l’uomo, va tenuta segregata e protetta, dalle mura di casa o dal velo.
Gli harem nei paesi islamici e orientali esistono ancora oggi, tuttavia la poligamia non è più molto diffusa. Rimangono infatti solo i più abbienti e i Sultani ad avere luoghi adibiti ad harem. La maggior parte dei matrimoni quindi sono oggi monogami, sia per possibilità che per scelta degli uomini stessi.
Su La Repubblica è stato pubblicato un articolo che mostra alcuni cambiamenti che stanno avvenendo nel mondo islamico. In Egitto oggi vengono chiusi molti harem per violazione delle norme, specialmente quella che riguarda il numero di mogli consentito. La legge infatti prevede un numero massimo di 4 mogli, mentre molti arrivano ad avere anche più di 40 donne, tenute in condizioni pessime.
In ogni aspetto della vita, il mondo arabo sta cambiando, e l’idea che ne ha l’occidente non è del tutto corretta. Le donne hanno la possibilità di stare a casa ad accudire la prole e le faccende di casa, ma anche di studiare e lavorare. Negli Emirati Arabi Uniti, le donne possono anche occupare posizioni di giudici e lavorare negli uffici governativi.
Abbiamo raccolto delle testimonianze su donne dal passato e dal presente in questa galleria.
Jillian Lauren ha raccontato la sua esperienza nell’harem del Sultano dei Brunei, dove era destinata ad intrattenere il fratello del sultano che si faceva chiamare Robin, nel libro autobiografico Le mie notti nell’harem.
Su Elle si legge la vita di Jillian, che a 18 anni ha lasciato l’università per intraprendere la carriera teatrale, e ha svolto lavori di spogliarellista e poi escort per mantenersi a New York. Da qui il “casting” per entrare nell’harem del sultano Hassanal Bolkiah, per mesi di sottomissione, ripagata con magnifici gioielli e fiumi di denaro.
La giornalista Annick Cojean ha parlato con Safia, nome di fantasia con cui viene chiamata la moglie “prediletta” da Gheddafi, nell’intervista riportata su Il Fatto Quotidiano. Scelta dal rais quando aveva solo 15 anni, fu portata nel suo harem, dove lui iniziò a violentarla ripetutamente, ad insultarla e trattarla come un oggetto pronto all’uso, obbligata a fumare, a bere whisky e a prendere cocaina. Non poteva parlare con le altre donne dell’harem, non poteva fare niente se non aspettare. Safia è riuscita a fuggire in Francia, e oggi può raccontare la sua triste storia.
Ha saccheggiato la mia vita. Sono diventata la sua schiava sessuale.
Non basterà raccontare, nessuno saprà mai cosa ho vissuto davvero, nessuno potrà mai immaginarlo.
Una testimonianza dal passato ci arriva dall’archivio di fotografie segrete fatte dallo Scià di Persia alla fine del 19° secolo. Nasser al-Din Shah Qajar aveva quasi cento concubine e la passione per la fotografia. Solo lui poteva fotografare le donne del suo harem, e grazie alle foto rinvenute e oggi conservate al museo di Palazzo Golestan di Teheran, si scopre il loro modo di vivere e il canone di bellezza dello Scià, molto diverso da quello di oggi.
Fatema Mernissi è stata docente di sociologia all’Università Mohammed V di Rabat e studiosa del Corano ha scritto il libro “La terrazza proibita. Vita nell’harem” per testimoniare e spiegare la vita all’interno di un harem domestico nei paesi islamici. Viene descritto l’harem di suo zio e suo padre, dove anche lei viveva con tutte le donne e le schiave della famiglia.
Le donne non possono uscire liberamente, e non hanno nessuna libertà e privacy. Non volevano condividere il marito con altre donne, ma dovevano accettarlo, perché tutti gli uomini, anche chi aveva una sola moglie, non rinunciava all’harem.
Souad Sbai, presidente dell’associazione delle donne marocchine in Italia, ha parlato su Il Giornale della poligamia, e di come questa venga accettata solo dagli uomini, mentre le donne la subiscono, e vengono picchiate e insultate se si ribellano. Spiega anche come la legge nel mondo arabo in realtà tuteli maggiormente le donne negli harem rispetto all’Italia, e nei Paesi dell’Occidente
Nei Paesi arabi il diritto prevede che il marito possa sposare la seconda moglie solo dopo aver ottenuto il consenso della prima, che non lo concede praticamente mai.
Qui è più facile per le lacune della vostra legge e per la lontananza dalle famiglie d’origine che hanno sempre una funzione protettiva.
Su Il Messaggero si legge la storia, diversa dalle precedenti, di Nabilah, una donna musulmana di 35 anni, che viveva a Londra si è rivolta all’agenzia “Muslim Marriage Event” per cercare un uomo che fosse già sposato
Volevo qualcuno che già sapesse cosa volesse dire essere un marito Mi piace molto essere in una relazione poligama. Noi non siamo gente stupida costretta in questo tipo di rapporto.
Il marito è un imprenditore che lavora anche per un ente di beneficenza che mira a diffondere la parola dell’Islam, che aveva già una moglie e ne ha sposata una terza dopo Nabilah.
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