
Gli "zoo umani": quando i popoli "selvaggi" erano pezzi esotici da mettere in mostra

Li chiamavano “zoo umani” o “esposizioni etnologiche”. Si trattava di vere e proprie mostre dove a essere esibiti e presentati al pubblico erano esseri umani provenienti per lo più da terre esotiche, paesi asiatici o africani. Tra il XIX e il XX secolo i ‘selvaggi‘ arrivarono in Inghilterra, Francia e Germania per essere esposti negli zoo. Quest’ultimi approdarono anche in Italia negli anni Quaranta, complice il Fascismo, ed ebbero un certo successo.
Gli individui venivano osservati, studiati, derisi, costretti a esibirsi in degradanti spettacoli che ne enfatizzavano i loro tratti di ‘primitività’ e arretratezza. Diversi reperti dell’epoca dimostrano che venivano trattati con grande crudeltà, spesso tenuti in gabbia.
Le barriere servivano proprio a sottolineare il concetto di ‘separazione’. Infatti queste mostre non erano nate solo per soddisfare la curiosità dei milioni di turisti che le visitavano: volevano in qualche modo affermare una supremazia razziale, un dominio economico, ma anche etnico, dell’Occidente.
Scomparvero solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, con la fine del sistema coloniale. Si parla di circa dieci milioni di vittime all’interno di queste strutture, uomini, donne e bambini.
La BBC e il Daily Mail in due articoli di alcuni anni fa hanno raccontato con chiarezza e ricchezza di particolari il fenomeno degli zoo umani, ma alcune polemiche sono nate in particolare intorno a una foto. L’immagine ci mostra una bambina africana a cui una donna dalla pelle bianca porge una banana, dall’altra parte del recinto, all’esposizione internazionale del 1958 a Bruxelles
Si tratta di un gesto che oggi potremmo considerare razzista, ma in questo caso non si trattava di un zoo, ma di un’esposizione nel senso moderno del termine. Di sicuro di dubbio gusto, ma senza nessun “esemplare” in gabbia.
Fonte: News Dog MediaEra consuetudine infatti, realizzare esposizioni (proprio come l’EXPO): in ogni padiglione c’erano ricostruzioni di scene di vita ‘straniera’. In questo modo se ne permetteva la visione a benevoli curiosi o persone che in altri modi mai avrebbero potuto avere davanti popolazioni geograficamente e culturalmente così distanti. Ciò che accadeva in queste esposizioni erano delle messe in scena. I partecipanti percepivano un pagamento e non erano costretti a restare all’interno del villaggio. Una volta terminati gli spettacoli, tutti erano liberi di uscire; non c’erano maltrattamenti e sceglievano liberamente di partecipare.
Secondo le interpretazioni, dunque, la foto della bambina mostrerebbe proprio questo: una ricostruzione e non una condizione di schiavitù. Ma è importante ricordare che le situazioni di sottomissione e violenza sono veritiere, tutt’altro che infondate, soprattutto nei decenni precedenti al ’58. Gli zoo umani sono realmente esistiti, non tutte erano semplici esposizioni. Proprio per portare alla luce questa terribile realtà storica c’è stata, alcuni anni fa, anche una mostra, curata da Nanette Snoep, che ha raccontato gli zoo umani e le storie degli schiavi e dei padroni attraverso film d’archivio, manifesti, cartoline, vecchie foto e dipinti; coautrice anche di un libro sull’argomento.
La storia della sudafricana Saartjie Baartman è forse un esempio emblematico del triste fenomeno degli zoo umani e di ciò che hanno rappresentato.
La donna, nata intorno al 1870, arrivò in Europa nel 1910 e fu esposta in uno zoo di Londra per via di una sua specificità genetica, oggi nota come steatopigia, ovviamente all’epoca sconosciuta. La steatopigia comporta natiche particolarmente sporgenti: nello zoo, dunque, la donna viveva in un recinto, legata e a quattro zampe, paragonata a una scimmia. Si sollevarono numerose polemiche intorno alle sue condizioni: per questo fu rilasciata, o meglio, venduta ad un altro impresario. Arrivata in Francia fu studiata dagli antropologi razziali e continuò ad essere sfruttata ed esibita in durissime condizioni. La Baartman morì, di vaiolo o forse di sifilide: i suoi resti furono esposti a Parigi fino al 1974 e poi trasferiti, nel 2002, in Sud Africa.
Heck fu anche Capitano dell’esercito delle SS e il suo personaggio, certo controverso, lo ritroviamo nel film La signora dello zoo di Varsavia, interpretato da Daniel Brühl.
Il pigmeo Ota Benga era considerato “anello mancante” dell’evoluzione, soprattutto per i suoi denti, che veniva costretto a mettere costantemente in mostra.
Dopo il rilascio dal Bronx Zoo, Ota Benga cadde in una forte depressione e si tolse la vita sparandosi.
I “selvaggi” portati in Occidente dovevano essere truccati e vestiti nel modo più singolare possibile e tenuti in uno spazio circoscritto, separato da quello dei visitatori.
Quella del 1958 in Belgio fu la prima esposizione universale organizzata dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Gli zoo umani consentivano agli studiosi di Antropologia di visionare i “selvaggi”, la loro fisionomia, le loro usanze, per propagandare poi la distinzione tra razze primitive e razze civilizzate.
Si trattava di gare tra “razze inferiori”, per dimostrare che le società meno evolute e vicine allo stato di natura erano fisicamente più abili. Gli spettatori potevano guardare pigmei, pellerossa, eschimesi e filippini misurarsi con la corsa, il tiro con l’arco o gare create ad hoc come la lotta nel fango.
Alla fiera mondiale di St. Louis fu ricostruito un villaggio con tanto di igloo e ghiacciai per adattarsi allo stereotipo che i turisti avevano dell’Artico.
Nel 1889, con il consenso del governo cileno, undici nativi sudamericani (tra cui anche dei bambini) di etnia Selk’nam furono portati in Europa per essere esposti negli zoo umani.
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